C’è qualcosa di profondamente affascinante nel modo in cui i bambini piccoli vivono il mondo. Chiunque abbia passato del tempo accanto a un bambino di due anni lo ha notato: la loro presenza è totale, intensa, quasi luminosa. Quando osservano qualcosa, lo fanno con un’attenzione assoluta, come se quell’oggetto fosse l’unica cosa esistente nell’universo.
Un adulto raramente riesce a guardare il mondo in questo modo.
La differenza non riguarda soltanto l’età o l’esperienza. Riguarda soprattutto il modo in cui la mente interpreta la realtà. I bambini piccoli, infatti, non sono ancora completamente immersi nella rete di concetti, definizioni e convinzioni che negli anni finiscono per coprire la nostra percezione diretta della vita.
Nei primi due o tre anni di vita il bambino non ha ancora sviluppato pienamente il senso di essere un individuo separato. La sua identità personale è ancora in formazione. Non esiste ancora quella struttura mentale che gli adulti chiamano “io”.
Questo si manifesta anche nel linguaggio. Non è raro che un bambino piccolo parli di sé stesso in terza persona. Se una bambina di due anni vede una fotografia che la ritrae, può indicarla con il dito e dire con naturalezza: “Questa è Sara”.
Non dice “questa sono io”.
Per un adulto può sembrare soltanto una fase dello sviluppo del linguaggio, ma dietro questo comportamento si nasconde qualcosa di molto più profondo. Il bambino non sta ancora facendo esperienza di sé stesso come di un individuo separato dal resto del mondo. La sua percezione è più ampia, più fluida, meno divisa.
Il confine tra sé e ciò che lo circonda non è ancora diventato rigido. La sua esperienza è quella di una realtà continua, in cui lui stesso è parte della stessa corrente di vita che percepisce fuori di sé.
Quando nasce l’idea di essere un individuo
Molte tradizioni spirituali hanno parlato per secoli di uno stato di coscienza originario in cui non esiste separazione tra osservatore e realtà osservata. Nello Zen si parla spesso della “mente del principiante”, mentre nell’Advaita Vedanta si afferma che la coscienza è una sola e che la sensazione di essere individui separati nasce da un processo mentale.
Curiosamente, ciò che queste tradizioni cercano di riscoprire attraverso la meditazione e la contemplazione è esattamente lo stato naturale in cui vive spontaneamente un bambino piccolo.
Il bambino non ha ancora costruito una storia mentale su sé stesso. Non passa le giornate a interpretare ogni esperienza, a giudicare ciò che accade, a paragonare il presente con il passato o a proiettarsi continuamente nel futuro.
Semplicemente vive.
Guarda una foglia e la osserva come se fosse un universo. Segue il movimento di una formica con un interesse totale. Rimane affascinato da una pozzanghera d’acqua come se fosse un oceano misterioso.
Col passare del tempo, però, accade qualcosa di inevitabile. La mente comincia a costruire una mappa della realtà. Il bambino impara il proprio nome, impara che quel corpo è il suo corpo, impara a distinguere tra ciò che è suo e ciò che appartiene agli altri.
Lentamente nasce l’idea di un’identità personale.
Questo processo è naturale e necessario, perché permette all’essere umano di orientarsi nel mondo sociale, di costruire relazioni e di sviluppare responsabilità. Ma insieme a questo sviluppo avviene anche qualcosa di più sottile: la consapevolezza originaria comincia a essere coperta da strati di pensieri e concetti.
Il mondo filtrato dalla mente
La mente inizia a etichettare ogni cosa. Dove prima c’era semplicemente l’esperienza di un albero, ora appare la parola “albero”, seguita da tutta una serie di associazioni: ricordi, giudizi, definizioni, interpretazioni.
La realtà viene filtrata attraverso il linguaggio e la memoria.
Un adulto medio vive gran parte della giornata dentro il flusso dei propri pensieri. Anche quando guarda qualcosa, spesso non vede realmente ciò che ha davanti. Vede piuttosto la propria interpretazione mentale di ciò che sta osservando.
Se due persone assistono allo stesso evento, possono reagire in modo completamente diverso. Non perché la realtà sia diversa, ma perché ognuno la interpreta attraverso i propri filtri interiori fatti di convinzioni, paure, desideri e ricordi.
Il bambino piccolo non possiede ancora questa complessa struttura di interpretazioni. La sua esperienza è più diretta, più immediata. Forse è proprio per questo che i bambini sembrano così vivi. Quando giocano, non stanno pensando a cosa accadrà tra un’ora e non stanno rivivendo mentalmente ciò che è successo ieri.
Sono completamente immersi nel momento presente.
Un adulto, invece, raramente riesce a rimanere in questa condizione per molto tempo. La mente tende continuamente a spostarsi altrove. Anche durante una conversazione, spesso una parte dell’attenzione è già impegnata a pensare a ciò che verrà dopo.
Questa attività mentale incessante crea una distanza sottile tra noi e la vita che stiamo vivendo, come se osservassimo l’esistenza attraverso uno schermo di pensieri.
Tornare alla consapevolezza originaria
Eppure, sotto questo flusso continuo di parole interiori, esiste ancora lo stesso spazio silenzioso che sperimentavamo da bambini. Se osserviamo attentamente la mente possiamo notare qualcosa di interessante: i pensieri non sono davvero continui. Tra un pensiero e l’altro esiste sempre un piccolo intervallo, un istante di quiete.
In quell’istante non c’è interpretazione, non c’è giudizio, non c’è storia personale. C’è solo consapevolezza.
Molte tradizioni spirituali sostengono che questo spazio silenzioso è la nostra vera natura. Non è qualcosa che dobbiamo costruire o sviluppare. È sempre stato presente, ma con il tempo abbiamo imparato a ignorarlo.
Se osserviamo l’esperienza diretta, scopriamo anche un altro dettaglio interessante: tutto ciò che conosciamo del mondo appare nella nostra coscienza. I suoni appaiono nella coscienza, le immagini appaiono nella coscienza, le sensazioni del corpo appaiono nella coscienza e perfino i pensieri appaiono nella coscienza.
La coscienza è lo spazio in cui tutta l’esperienza accade.
Da questa prospettiva nasce un’idea affascinante: forse non esistono tante coscienze separate quanti sono gli individui. Forse esiste una sola coscienza che si manifesta attraverso forme diverse.
Il bambino piccolo vive molto vicino a questa dimensione di unità, non perché abbia studiato filosofia o spiritualità, ma perché la sua mente non ha ancora costruito completamente il senso di separazione.
La buona notizia è che questa consapevolezza non è perduta. È semplicemente nascosta sotto gli strati dei pensieri e delle convinzioni.
Per avvicinarsi nuovamente a questa esperienza si può fare un piccolo esercizio molto semplice. Basta prendere un oggetto qualsiasi e osservarlo per qualche minuto senza nominarlo mentalmente. Si osservano soltanto le forme, i colori, le ombre, i riflessi della luce.
Ogni volta che la mente pronuncia la parola che identifica quell’oggetto, la si lascia andare e si torna all’osservazione pura.
All’inizio può sembrare un esercizio banale, ma dopo qualche istante accade qualcosa di curioso: la percezione diventa più intensa e i dettagli sembrano più vivi.
Per qualche momento la mente smette di raccontare la sua storia.
E in quell’istante si può intravedere la stessa qualità di presenza che caratterizza lo sguardo dei bambini.
Forse la consapevolezza non è qualcosa da conquistare.
Forse è qualcosa che abbiamo semplicemente dimenticato.
E forse il percorso interiore dell’essere umano consiste proprio in questo: togliere lentamente gli strati di pensieri e convinzioni fino a ritrovare la semplicità con cui, un tempo, guardavamo il mondo da bambini.
Buona Vita


