Prima di guarire qualcuno, chiedigli se è disposto a rinunciare alla vita che lo ha fatto ammalare

C’è una domanda che raramente viene fatta a una persona che vuole cambiare vita. Una domanda scomoda. Talmente scomoda che, probabilmente, molti preferiscono non porsela.

Sei davvero disposto a rinunciare alle abitudini che ti hanno portato fino a qui?

Perché tutti vogliono stare meglio. Tutti vogliono sentirsi più energici, più sereni, più prosperi, più sicuri, più liberi. Tutti vogliono una vita diversa. Ma volere una vita diversa non significa necessariamente essere disposti a vivere in modo diverso.

Ed è proprio qui che comincia il problema.

Puoi desiderare di cambiare corpo continuando a mangiare come prima. Puoi desiderare una mente più tranquilla continuando ad alimentare gli stessi pensieri. Puoi desiderare relazioni migliori continuando a reagire secondo gli stessi schemi. Puoi desiderare prosperità continuando a pensare, nel profondo, di non meritarla. Puoi desiderare una nuova vita continuando a comportarti come la persona che ha costruito quella vecchia.

E allora la domanda non è più: «Che cosa devo fare per cambiare?». La domanda diventa: «A quale parte di me devo rinunciare per poter cambiare davvero?»

Il problema non è soltanto ciò che fai

Quando parliamo di cambiamento, siamo portati a concentrarci sul comportamento. Devo mangiare meglio. Devo allenarmi. Devo dormire di più. Devo smettere di preoccuparmi. Devo essere più disciplinato. Devo pensare positivo.

Tutte cose che possono avere un loro valore.

Ma c’è qualcosa che viene prima.

Il paradigma inconscio dal quale quei comportamenti nascono.

Per paradigma intendo l’insieme di convinzioni, associazioni, automatismi e schemi interiori attraverso i quali interpretiamo noi stessi e la realtà. È il programma che continua a funzionare sotto la superficie della consapevolezza. E spesso è proprio questo programma a rendere così difficile il cambiamento.

Perché la mente cosciente può dire:

«Da domani cambio».

Ma l’inconscio può continuare a ripetere:

«Io sono fatto così».

«Nella mia famiglia abbiamo sempre fatto così».

«Non posso permettermi di vivere diversamente».

«Quando sono sotto pressione ho bisogno di comportarmi in questo modo».

«Il denaro è difficile da ottenere».

«Per essere accettato devo compiacere gli altri».

«Non sono una persona disciplinata».

E quando una convinzione è diventata profondamente radicata, non hai più bisogno di pensarla continuamente. Diventa automatica. Diventa il tuo modo normale di essere. Ed è per questo che spesso il problema non è sapere cosa fare. Il problema è riuscire a diventare la persona per la quale quel comportamento è naturale.

Non puoi guarire il comportamento senza interrogare il paradigma

Immagina una persona che decide di cambiare alimentazione. Per qualche giorno è motivatissima. Poi arriva lo stress. La stanchezza. Una discussione. Una giornata difficile. E improvvisamente torna alle vecchie abitudini.

Che cosa è successo?

Non necessariamente è mancata la conoscenza. Quella persona sapeva cosa avrebbe dovuto fare. È entrato in funzione qualcosa di più profondo. Il vecchio schema. Quello che conosce già. Quello che il cervello ha associato alla sicurezza, alla gratificazione, al conforto o semplicemente alla normalità.

Ecco perché cambiare soltanto il comportamento può essere estremamente difficile.

Perché il comportamento è spesso l’ultimo anello di una catena. Prima c’è un’interpretazione. Prima c’è un’emozione. Prima c’è una convinzione. Prima ancora c’è un’immagine di sé.

E se non lavori su questi livelli, rischi di passare la vita a combattere contro te stesso.

Ti imponi una nuova abitudine. Resisti. Cedi. Ti senti in colpa. Riparti. Cedi di nuovo. E alla fine concludi:

«Non ho abbastanza forza di volontà».

Forse il problema non è la forza di volontà. Forse stai cercando di cambiare un comportamento senza cambiare il paradigma che continua a produrlo.

La vera domanda non è: «Vuoi stare meglio?»

Questa domanda è troppo facile. Quasi tutti risponderebbero di sì. La domanda interessante è un’altra:

«Se per stare meglio dovessi rinunciare a qualcosa che oggi ti dà sicurezza, piacere o identità, saresti disposto a farlo?»

Perché ogni trasformazione autentica comporta una perdita. Non necessariamente la perdita di qualcosa di materiale. A volte devi perdere un’abitudine. A volte una convinzione. A volte un modo di reagire. A volte il bisogno di avere ragione. A volte il ruolo della vittima. A volte persino un’immagine di te alla quale sei rimasto affezionato per anni.

Ed è qui che il cambiamento diventa scomodo.

Perché una parte di te desidera il risultato, mentre un’altra parte vuole continuare a vivere esattamente come prima. Vuoi la nuova vita. Ma vuoi anche conservare il vecchio te stesso. E le due cose, spesso, non possono convivere.

Il paradigma inconscio deve diventare oggetto di osservazione

Lavorare sull’inconscio non significa pensare che ogni malattia sia causata dai pensieri o che basti modificare una convinzione per risolvere un problema medico.

La realtà è molto più complessa.

Ma significa riconoscere una cosa fondamentale:

il modo in cui pensiamo, interpretiamo e reagiamo alla realtà influenza profondamente il modo in cui viviamo.

E proprio per questo vale la pena osservare ciò che facciamo automaticamente. Perché magari dici di volere una vita più sana, ma continui a utilizzare il cibo come ricompensa emotiva. Dici di volere serenità, ma continui a cercare conflitto. Dici di volere prosperità, ma dentro di te associ il denaro a qualcosa di negativo. Dici di voler essere libero, ma continui a cercare approvazione. Dici di voler cambiare, ma continui a identificarti con la persona che non può cambiare.

E finché quella persona rimane la tua identità inconscia, il cambiamento diventa una lotta.

Il vero lavoro, allora, non consiste semplicemente nell’imporre un nuovo comportamento. Consiste nell’iniziare a vedere il vecchio paradigma. Perché ciò che non osservi continua a guidarti.

Prima di cambiare la tua vita, cambia ciò che consideri normale

Forse il passaggio più importante è proprio questo.

Non devi chiederti soltanto:

«Che cosa voglio ottenere?»

Devi chiederti:

«Quale versione di me considera normale avere ciò che desidero?»

Perché la tua realtà quotidiana tende a essere coerente con ciò che consideri normale. Se consideri normale vivere continuamente sotto pressione, finirai per ricreare situazioni che mantengono quella pressione. Se consideri normale non avere abbastanza denaro, potresti inconsciamente prendere decisioni coerenti con quella convinzione. Se consideri normale sabotarti quando le cose iniziano ad andare bene, potresti trovare inconsapevolmente un modo per tornare nella tua vecchia zona conosciuta.

Non perché tu voglia soffrire.

Ma perché l’inconscio non cerca necessariamente ciò che è migliore. Spesso cerca ciò che è familiare. E ciò che è familiare può diventare una prigione invisibile. Ecco perché una vera trasformazione non consiste soltanto nell’aggiungere qualcosa alla propria vita. A volte consiste nel togliere. Togliere ciò che non ti appartiene più.

Togliere convinzioni ereditate. Togliere automatismi. Togliere comportamenti che continui a ripetere soltanto perché li hai ripetuti per anni. Togliere, soprattutto, l’identificazione con quella vecchia versione di te.

Perché non puoi costruire una nuova realtà continuando a nutrire ogni giorno il vecchio paradigma. E forse questa è la domanda più importante che puoi farti oggi:

Se davvero arrivasse nella mia vita ciò che dico di desiderare, sarei disposto a diventare la persona capace di sostenerlo?

Perché desiderare il cambiamento è facile. Immaginarlo è facile. Parlarne è facile. La vera trasformazione comincia quando sei disposto a lasciare andare ciò che, fino a quel momento, hai chiamato semplicemente «me stesso».

E allora forse non devi chiederti soltanto:

«Come posso cambiare la mia vita?»

Chiediti:

«Quale parte della mia vecchia vita sto ancora proteggendo?»

Perché spesso non è il cambiamento a spaventarci.

È l’idea di non poter più tornare a essere la persona che eravamo.

 

Buona Vita!

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